Conoscenze storico/geografiche di cittadinanza

Indice

  1. La grande emergenza sanitaria dell’estate 1859
  2. L’area geografica interessata dalla mobilitazione umanitaria
  3. Le donne lombarde di pace del Risorgimento nel 1859
  4. Il contributo dell’opinione pubblica, della solidarietà internazionale e la figura di Jean Henri (Henry) Dunant
  5. Le “anticipatrici” del 1848-49: Cristina di Belgioioso e Laura Solera
  6. Valérie de Gasparin pacifista, teologa, letterata, viaggiatrice, ecologista “ante litteram” in visita al campo di battaglia di Magenta nel 1860
  7. Le donne di pace nella letteratura ottocentesca italiana ed europea
  8. Geografia europea delle donne di pace del XIX secolo
  9. Dalle donne di pace del XIX secolo alla costituzione repubblicana
  10. La memoria storica da rievocare: farsi eco pellegrini di pace
  11. Andare per conoscere: la rete lombarda degli itinerari / sentieri delle donne di pace del Risorgimento
  12. Visualizzare la memoria di pace nel paesaggio: la rete dei Roseti e Giardini delle donne di pace del Risorgimento (I)
  13. Visualizzare la memoria di pace nel paesaggio: la rete dei Roseti e Giardini delle donne di pace del Risorgimento (II)
  14. Il progetto europeo Ecopaxlandscaping
  15. Conclusioni – donne di pace del risorgimento: dalla storia un messaggio di attualità rivolto al futuro
  16. Cronologia

1 – La grande emergenza sanitaria dell’estate 1859

La mobilitazione umanitaria interessò una vasta area territoriale non limitata all’Alto Mantovano, ma che si estese quasi alla intera Lombardia. Questa ebbe come centro Brescia, vera “capitale” dei soccorsi d’emergenza, e interessando Milano, che sicuramente fu la realtà che accolse il maggior numero di feriti. La marea di feriti debordò ad Est, verso Verona e Venezia, e, verso l’Emilia Romagna, a Cremona e Piacenza. A sud su Genova e la Toscana, mentre ad Ovest, le città di Novara, Vercelli, Alessandria e Torino accoglievano feriti già dal mese di maggio.
Il 24 giugno 1859, sulle colline dell’anfiteatro morenico del lago di Garda, nel sud-ovest della Lombardia, circa 300.000 uomini degli eserciti franco-piemontese e austriaco si scontrano in quella che è il più grande combattimento sul continente europeo avvenuto dopo le guerre napoleoniche, in particolare dalla battaglia delle Nazioni (Lipsia, 1813). Degli eserciti che partecipano alla battaglia fanno parte soldati di svariate nazionalità, provenienti da una decina paesi europei ed extra europei: italiani (presenti in ambedue degli opposti schieramenti), francesi, austriaci, ungheresi, cechi, slovacchi, sloveni, croati, bosniaci, rumeni, polacchi, nord africani.
Le conseguenze sono atroci per tutte le forze in campo: si calcola che i deceduti, alla fine, saranno circa 30.000 e 70.000 i feriti. Il territorio è devastato: morti e feriti si accumulano in ogni dove e le povere abitazioni sono sconvolte e sventrate, la campagna è massacrata. Dopo una notte orribile sul campo di battaglia, di agonia e sofferenze, una marea di soldati stremati e di feriti cerca assistenza; si rivolgono alle cascine, si riversano sui centri abitati più vicini. Le deboli strutture sanitarie militari non si dimostrano all’altezza della vastità apocalittica della catastrofe; sorgono allora piccoli ospedali improvvisati nelle case civili, nelle cascine, nelle chiese. La prima situazione che si organizza In modo sufficientemente strutturato è quella di Castiglione delle Stiviere, il centro di una certa dimensione più vicino a Solferino, dove, nel Duomo, grazie all’attivismo organizzativo di don Lorenzo Barzizza, sono curati centinaia di soldati.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Un protagonista della giornata, il “Sous-lieutenant” del terzo reggimento “voltigeurs” della guardia imperiale Pinède così scrive in una lettera inviata il 25 giugno dal campo di battaglia di Solferino al “Journal de l’Aisne”: Tutti i fabbricati, tutte le case di questi due disgraziati paesi (Solferino e Cavriana), che la battaglia ha distrutto a metà, sono state utilizzate per il soccorso ai feriti e trasformate in infermerie.
Il fenomeno della mobilitazione umanitaria delle popolazioni locali non è circoscritto a Castiglione, anzi è generalizzato, come conferma questa annotazione contenuta in una corrispondenza del London Times pubblicata sul New York Times del 20 luglio 1859.
Visto il gran numero di feriti, è stato necessario ricorrere all’aiuto della popolazione. E Brescia può essere certamente fiera dei suoi cittadini, dato che non è dato di trovare nulla di più rimarchevole del comportamento nobile e patriottico che i bresciani hanno dimostrato in questa occasione, che sicuramente non ha eguali. Non c’è stata una casa o una famiglia, anche tra le più umili, che non abbia trovato i mezzi per accomodare uno o più feriti. Molti si sono addirittura privati non solo delle loro comodità, ma del necessario al fine di poter alleviare le sofferenze dei combattenti. Tutti coloro che avevano mezzi di trasporto a loro disposizione, si sono recati verso le linee francesi e piemontesi, per recuperare i feriti. Altri invece aspettavano il loro arrivo alle porte della città e poi conducevano con sé le vittime della battaglia come se si trattasse di preziosi tesori. Altri ancora, invece, per essere maggiormente tempestivi nella loro azione caritativa e patriottica, uscivano dalla città e percorrevano parecchie miglia per raccogliere i feriti e poi trasportarli a casa loro.
Scriverà il medico statunitense Thomas W. Evans: Il sentimento di compassione che un disastro così gigantesco produsse fu non meno profondo che universale. I cittadini di Milano, di Torino, di Brescia gareggiarono nell’impegno al fine di lenire l’agonia e di curare le piaghe di tanti martiri e vittime. Come per un colpo di bacchetta magica, chiese, conventi, palazzi e abitazioni private si trasformarono in ospedali.

2 – L’area geografica interessata dalla mobilitazione umanitaria

La mobilitazione umanitaria interessò una vasta area territoriale non limitata all’Alto Mantovano, ma che si estese quasi alla intera Lombardia. Questa ebbe come centro Brescia, vera “capitale” dei soccorsi d’emergenza, e interessando Milano, che sicuramente fu la realtà che accolse il maggior numero di feriti. La marea di feriti debordò ad Est, verso Verona e Venezia, e, verso l’Emilia Romagna, a Cremona e Piacenza. A sud su Genova e la Toscana, mentre ad Ovest, le città di Novara, Vercelli, Alessandria e Torino accoglievano feriti già dal mese di maggio.
Il 2 luglio i corrispondenti del New York Times descrivono una presenza di feriti sul territorio del nord della Lombardia che arriva sino a Como, distribuiti nel modo seguente: 10.000 ricoverati a Milano, 6.000 a Brescia, 1.100 a Bergamo ed altre svariate centinaia a Como. A questi vanno aggiunti i feriti accolti in altre città del sud, Cremona in primis, e in centri minori della regione, come Monza. Inoltre i giornalisti americani stimavano che nel veronese, ancora occupato dagli austriaci, vi fossero tra i 4.000 e i 5.000 feriti. Secondo La Gazzetta di Milano in data 8 luglio la città ne accoglieva 12.436, tra feriti e malati, di cui 8.070 francesi, 2.300 italiani e 2066 austriaci, con una mortalità tra gli assistiti di 383 francesi, 17 italiani e 159 austriaci. Ancora il New York Times pubblica, in data 16 luglio, un resoconto relativo alla situazione dei 25 ospedali attivati nel capoluogo lombardo.
Il corrispondente ne visita tre di questi: S.Luca (350 feriti ricoverati), S.Ambrogio (1.250 ricoverati) e S.Francesco, il più affollato (2.500 ricoverati), che ospita insieme francesi e austriaci. Jean-Charles Chenu parla di un totale di oltre 300 ospedali e strutture sanitarie attivate in 187 località, di cui 173 nel nord e centro Italia e 14 in Francia (vedi tabelle ricavate dai dati di Chenu)
Nel Bresciano, oltre al capoluogo, i centri più attivi nel soccorso furono Montichiari, Carpenedolo, Calvisano, Rivoltella, Desenzano, Lonato e Salò. Nel Mantovano Cavriana, Castiglione delle Stiviere, Volta Mantovana, Pozzolengo, Monzambano e in parte, la stessa Mantova. Verso Cremona, Castel Goffredo, Asola e Isola Dovarese.
Dopo i feriti, arrivarono i prigionieri, tanto numerosi fu necessario far partire dal porto di Genova navi cariche di soldati austriaci, inviati a luoghi di detenzione organizzati in Francia. Il Journal de Genève del 5 luglio parla di “nessuna reale ostilità” ma di semplice “malizia innocente” dei milanesi, che al più si limitavano a canzonare i vinti.
Nel Bresciano, oltre al capoluogo, i centri più attivi nel soccorso furono Montichiari, Carpenedolo, Calvisano, Rivoltella, Desenzano, Lonato e Salò. Nel Mantovano Cavriana, Castiglione delle Stiviere, Volta Mantovana, Pozzolengo, Monzambano e in parte, la stessa Mantova. Verso Cremona, Castel Goffredo, Asola e Isola Dovarese.
Del resto non fu un impegno privo di rischi, come ci indica un episodio successo a Montichiari, dove erano stati istituiti ex novo nove ospedali, presso i quali 200 donne del luogo prestavano stabilmente servizio. Nel settembre cento giovani volontari, donne e uomini, persero la vita per una epidemia di “tifo castrense”.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

G.Battista Scotti, direttore dell’ospedale del Seminario a Monza, scriveva in un manifesto rivolto ai cittadini datato 10 luglio: A taluni, più dell’offerta degli oggetti necessari, sembra dimostrazione più significativa verso i nostri liberatori il porger loro dei dolci, il bicchiere ricolmo di vino, ed anche il desinare. Ma costoro s’ingannano. Il Militare trova nell’Ospedale tutto ciò che può a lui ridonare salute e vigoria […].
Con “Avviso” del 2 agosto la Regia Intendenza di Milano obbligava i privati a notificare al Comune il fatto di ospitare nella propria abitazione militari francesi feriti o malati.

In seguito a stringenti ordini Superiori tutti gli abitanti dei Comuni forensi di questa Provincia e quelli della Regia Città di Monza i quali avessero in casa Militari di qualunque grado feriti o malati, spettanti all’Esercito Francese e che finora non li avessero notificati, essere essi abitanti in obbligo assoluto di darne notizia al rispettivo Ufficio Municipale o Comunale non più tardi del giorno otto corrente mese, indicando il nome, il grado dei militari ed il corpo cui appartengono, non che la data da che trovansi presso di loro ricoverati, e ciò nell’interesse anche dei mentovati militari che in difetto della prescritta notifica, potrebbero essere considerati come disertori.

Sono obbligati a questa notifica anche i Direttori degli Spedali Civili e Comunali presso cui fossero stati ricoverati dei militari

La disponibilità a fraternizzare della popolazione lombarda, stando a quanto emerge dalle annotazioni seguenti riportate dal Journal de Genève del 17 giugno, risulta fosse particolarmente rivolta verso le truppe coloniali dell’Armée francese, denominate turcos.

… nulla supera il successo avuto dai turcos. I più neri sono stati i più festeggiati. Li si vedeva andare da tutte le parti in carrozza, senza che pagassero nulla, mentre fumavano dei lunghi sigari che gli erano stati regalati. L’entusiasmo popolare sosteneva le spese. Un “turco” aveva sempre attorno a sé cinque o sei amici; li cambiava spesso, ma manteneva sempre questo numero di accompagnatori. L’amico del mattino era per il pranzo; l’amico della sera per il caffè.

LE 10 LOCALITA’ ITALIANE CON LA MAGGIORE POPOLAZIONE OSPEDALIERA DI MILITARI FRANCESI RICOVERATI NEL 1859
GENOVA 29.130
MILANO 28.946
BRESCIA 17.447
ALESSANDRIA 12.518
PIACENZA 11.041
CREMONA 8.580
NOVARA 6.367
PAVIA 4.613
MONTICHIARI 3.992
COMO 3.301

3 – Le donne lombarde di pace del Risorgimento nel 1859

Definiamo “donne di pace del Risorgimento” le giovani volontarie e le numerose altre donne, in particolare lombarde, distintesi nell’azione umanitaria, sia a livello di cura dei feriti che come organizzatrici dei comitati di soccorso che rifornivano gli ospedali del necessario per la loro attività. Impegno indirizzato ai feriti e ai malati di ogni nazionalità dei vari eserciti che si erano scontrati nelle battaglie della breve ma sanguinosa guerra di indipendenza del 1859. Fenomeno che si manifestò non solo nell’Alto Mantovano, ma pure a Brescia e in gran parte della Lombardia. A Milano emerge per il suo impegno Suor Marina Videmari, che dirige l’ospedale militare di S.Luca, venendo anche insignita da Napoleone III di una onorificenza per il servizio svolto. Una delle 17 suore dell’ospedale S.Luca, la brianzola Maria Anna Sala, è stata dichiarata beata da papa Giovanni Paolo II nel 1980. Già a seguito della battaglia di Montebello, del 20 maggio 1859, nel Pavese, per merito di suor Ernestina Toné, vengono soccorsi i soldati feriti di ambedue gli eserciti. Nell’Alto Mantovano, l’impegno delle donne è particolarmente significativo, a Castiglione, a Pozzolengo e Cavriana. A Mantova si distingue per il suo attivismo, anche politico, l’ottuagenaria contessa Teresa Arrivabene Gonzaga. Nell’area bresciana è a Montichiari, a Carpenedolo e soprattutto a Brescia dove si possono trovare donne particolarmente attive nell’aiuto umanitario. Particolarmente significativa l’azione delle giovani di Castiglione, già lodate dal fondatore della Croce Rossa Henry Dunant nel suo Souvenir de Solferino, le quali, unite nel motto, insieme realistico e visionario, da loro coniato, “tutti fratelli”, assisterono i soldati di ogni armata, soprattutto francesi, feriti della battaglia di Solferino che si erano raccolti in quella località. Giuseppe Finzi, commissario straordinario per la provincia di Mantova, segnala come particolarmente distintesi per il loro impegno Franca Desenzani in Bertasi, Elena Pastori in Beschi, Isabella Arrighi vedova Beschi e le sorelle Carolina e Luigia Pastorio.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Che fossero le donne a distinguersi nell’azione umanitaria, venne subito rilevato pure da giornali e da osservatori stranieri. Annotava ad esempio il quotidiano francese Journal de Toulouse nella sua edizione del 4 luglio 1859: Si scrive dalla Lombardia che la popolazione sta dimostrando una abnegazione veramente grande. Le donne si affollano negli ospedali per curare i nostri feriti e portano il loro aiuto con il più grande sangue freddo anche nelle operazioni più terribili. Una conferma dell’importanza in particolare dell’impegno delle religiose viene dallo statunitense Thomas W. Evans, che riferisce di suore che simili ad angeli in forma umana, andavano in ogni dove facendo del bene. Benché numericamente non numerose, sapevano moltiplicarsi grazie alla loro inesauribile energia, alla loro dolcezza eccezionale e al loro zelo straordinario. La loro abilità nel calmare il delirio più acuto grazie ad una parola pronunciata nel momento adatto, il loro tatto nel fare riconoscere all’agonizzante la probabile fine che l’attendeva, era qualcosa di meraviglioso e che è impossibile esprimere degnamente.
Le donne assisterono e curarono senza fare differenza alcuna tra i feriti dei due schieramenti, anzi, sembrerebbe, dando credito a quanto scrive in data 10 luglio 1859 da Brescia “Malakoff”, corrispondente del New York Times, che l’azione di volontariato di popolane ma anche di “signore in abiti di seta” (ladies in silk dresses) si concentrasse maggiormente sui feriti austriaci, in quanto situazione più difficile e quindi capace di ispirare compassione (inspire sympathy), attirando subito solidarietà. “Malakoff” letteralmente diceva: Va rilevato che se nell’assistenza ai feriti organizzata dai servizi delle strutture ufficiali non si faceva nessuna differenza tra i feriti, fossero questi dell’esercito alleato piuttosto che nemici. Invece succedeva che le prestazioni del volontariato, che principalmente era costituito da donne, fossero soprattutto rivolte agli austriaci..

4 – Il contributo dell’opinione pubblica, della solidarietà internazionale e la figura di Jean Henri (Henry) Dunant

La distribuzione sul territorio lombardo della funzione di soccorso fece sì che le dimensioni della carneficina avvenuta fossero ben presto portate a conoscenza dei cittadini lombardi e, grazie all’azione coraggiosa dei primi “corrispondenti di guerra” di giornali quali il New York Times, dell’opinione pubblica italiana ed internazionale. Comunque non fu una cosa semplice, in ragione della censura che, in particolare in Francia, imbavagliava la stampa.
Da Ginevra Valérie De Gasparin, sollecitata da Henry Dunant, organizza una vera e propria campagna stampa, facendo pubblicare degli stralci della lettera ricevuta da Dunant, in data 9 luglio 1859 sul Journal de Genève e anche su l’Illustration di Parigi.
Arrivarono dunque in Lombardia missioni di soccorso anche dall’estero, come quella dei giovani studenti di teologia legati al movimento evangelico Reveil di Ginevra, al quale aderiva anche Henry Dunant. Sembrerebbe invece che delegazioni umanitarie non siano pervenute dall’Austria, volta maggiormente ad organizzare sul suo territorio il soccorso ai feriti. Le uniche informazioni ci vengono da Maria Pearson e Louisa Elisabeth Mc Laughlin, che parlano della costituzione a Vienna di un Comitato Nazionale per raccogliere denaro e altri generi di soccorso per i feriti curati negli ospedali austriaci, mentre la nobiltà e la famiglia imperiale mettevano a disposizione le proprie case di campagna per i soldati convalescenti.
È opinione comune che da questi tragici eventi prese ispirazione lo svizzero Jean Henri Dunant, per proporre l’idea della Croce Rossa Internazionale. In effetti Henry Dunant, per motivi d’affari, arrivò a Castiglione delle Stiviere la sera del 24 giugno, a battaglia conclusa, adoperandosi nel soccorso ai feriti e trascinando, a suo dire, la popolazione, a seguire il suo esempio. In realtà la storiografia italiana più recente, ha messo in luce come l’opera di soccorso ai feriti sia stata portata in prima persona e con tempestività dalla popolazione, donne in particolare. Dunque si ha ragione di credere che l’intervento di soccorso di costoro, sia pure operato con mezzi di fortuna e coordinato dai parroci, abbia non di poco contenuto le perdite di vite umane. Inoltre è assodato che questa mobilitazione umanitaria di popolo abbia riguardato la generalità dei paesi interessati dalla battaglia (e non solo Castiglione) e si manifestò già in occasione della battaglia di Montebello (20 maggio). Lo stesso Dunant, che tanto si diede da fare per la cura dei feriti, nel suo libro Un souvenir de Solferino, non ha taciuto questo fatto, ma forse non è stato sufficientemente obiettivo e generoso nei confronti dei locali. È’ certo più realistico pensare che siano state le donne a trascinare Dunant nel loro sforzo generoso, e non viceversa!

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Ancora prima della “grande battaglia”, sulla testata svizzera (immune da censura…) Journal de Genève del 17 luglio leggiamo:

Le lettere pubblicate dai giornali sulla battaglia di Magenta e lo scontro di Melegnano hanno fatto una tale impressione che il “Journal des Débats” e la “Presse” hanno ricevuto ieri una diffida a non pubblicare nelle loro corrispondenze particolari che possano colpire l’opinione pubblica… questi orribili dettagli avevano fatto sensazione nella popolazione parigina… in particolare l’espressione “il macello di Melegnano”, che tornava regolarmente in tutte le lettere inviate dai protagonisti della battaglia, aveva raffreddato l’entusiasmo per la guerra sino ad allora provato.

Il New York Times del 12 luglio esprime forti parole di condanna di quanto accaduto in Lombardia, come le seguenti sconsolate considerazioni. “La guerra è cosa orribile e un conflitto sulla scala di quello che ora si sta svolgendo in Italia oltrepassa la normale concezione dei conflitti militare sinora avuta nell’era moderna. Forse ci vorrà ancora molto tempo prima che una conoscenza effettiva degli orrori che la guerra comporta possa fare breccia nella coscienza del mondo”.

5 – Le “anticipatrici” del 1848-49: Cristina di Belgioioso e Laura Solera

Cristina di Belgioioso (1808-1871)
Patriota milanese ed intellettuale, è costretta all’esilio per sfuggire alla polizia austriaca. Il suo salotto a Parigi diventa punto di riferimento degli esuli italiani e vivacissimo ambiente culturale. Ritornata in Italia, si impegna nel riscatto sociale dei contadini e prosegue nel suo impegno culturale, per l’autonomia e la promozione della donna – che testimonia in prima persona nella sua vita privata – e per l’indipendenza italiana. E’ tra i protagonisti della rivolta quarantottesca a Milano e, dopo la sconfitta piemontese, nel 1849 si unisce alla Repubblica Romana.
A Roma diventa responsabile dell’assistenza ai feriti, che organizza attraverso un Comitato di soccorso composto da donne. Allestisce svariati ospedali in chiese e conventi, promuove la mobilitazione delle donne come infermiere a fianco dei pochi medici, cerca di curare la formazione delle numerose volontarie, nobildonne ma anche donne del popolo. Nei suoi ospedali sono curati senza nessuna differenza sia i patrioti italiani come i militari francesi feriti. La propaganda clericale la definì “sfacciata meretrice”. Lo stesso papa Pio IX, in una enciclica rivolta ai vescovi, denunciò come, a suo dire, negli ospedali organizzati da Cristina, i feriti morenti si vedevano rifiutati i sacramenti ed erano costretti a morire tra le braccia delle prostitute. Al Pontefice Cristina replicò con una lettera pungente ma garbata.

Laura Solera Mantegazza (1813 – 1873)
Patriota milanese, è protagonista delle Cinque Giornate di Milano, come responsabile dell’assistenza ai feriti. Organizza capillarmente il sostegno attivo e finanziario a Garibaldi, tanto da essere definita “garibaldina senza fucile”. Impegnata in iniziative assistenziali a favore delle madri lavoratrici e degli orfani, promuove l’educazione e l’emancipazione femminile, costituendo nel 1862 a Milano l’Associazione di mutuo soccorso e di istruzione per le operaie. Nella lettera commemorativa pubblicata dal giornale “La Provincia di Mantova” il 13 dicembre 1873, in occasione della morte della Solera, Garibaldi racconta un episodio verificatosi durante la battaglia di Luino del 15 agosto 1848. Allora Laura Solera guidò una spedizione di barcaioli per raccogliere i feriti della battaglia, italiani come austriaci, che curò nella sua villa di Cannero, sulla sponda piemontese del lago Maggiore.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Alle donne romane
Nel momento che un Cittadino offre la vita in servizio della Patria minacciata, le Donne debbono anche esse prestarsi nella misura delle loro forze e dei loro mezzi. Oltre il dovere dell’infondere coraggio nel cuore dei Figli, dei Mariti e dei Fratelli, altra parte spetta pure alle Donne in questi difficili momenti. Non parliamo per ora della preparazione di cartucce e munizioni di ogni genere cui potranno essere più tardi invitate le Donne Romane. Ma già sin d’oggi si è pensato di comporre una Associazione di Donne allo scopo di assistere i Feriti, e di fornirli di filacce e di biancherie necessarie. Le Donne Romane accorreranno, non v’ha dubbio, con sollecitudine a questo appello fatto in nome della patria carità. – Basterà per ora che le bene intenzionate in favore di questa Associazione, mandino i loro nomi ad una delle cittadine componenti il Comitato, o al Rev. P. GAVAZZI Via Borgognona Num. 72, al quale, come a Cappellano maggiore, spetta la Direzione di questo Comitato. Le Signore Associate riceveranno poi avviso del luogo e del momento in cui sarà richiesta la loro opera.

Le offerte in biancheria, filacce ecc. ecc. possono pure essere dirette alle Cittadine componenti il Comitato:

Marietta Pisacane – Via del corso, rimpetto al Palazzo Chigi, Num. 192.
Cristina Trivulzio di Belgiojoso – Via dei Due Macelli Num. 94.
Giulia Bovio Paulucci Via de’Bergamaschi Num. 56.

Roma 27 Aprile 1849.

“Santo Padre (…) non sosterrò che tra la moltitudine di donne che da maggio a giugno 1849 si dedicarono alla cura dei feriti non ve ne fosse nemmeno una di costumi reprensibili: Vostra Santità si degnerà sicuramente di considerare che non disponevo della Polizia Sacerdotale per indagare nei segreti delle loro famiglie, o meglio ancora dei loro cuori. Tuttavia di una sola cosa si poteva essere certi, che esse erano state per giorni e giorni al capezzale dei feriti; non si ritraevano davanti alle fatiche più estenuanti, né agli spettacoli o alle funzioni più ripugnanti, né dinnanzi al pericolo, dato che gli ospedali erano bersaglio delle bombe francesi”. Cristina così conclude:“Forse avrei egualmente potuto espellerle se non avessi io adorato il precetto di quel Dio che, in sembianze umane, non disdegnò che una donna di perversi costumi gli ungesse i piedi e glieli asciugasse con le sue lunghe trecce”.

[Dalla lettera di Cristina di Belgioioso a Pio IX]

6 – Valérie de Gasparin (1813-1894) pacifista, teologa, letterata, viaggiatrice, ecologista “ante litteram”, in visita al campo di battaglia di Magenta un anno dopo.

La storiografia ha visto in lei l’ispiratrice del progetto umanitario e organizzativo della Croce Rossa, precorso in lucide elaborazioni relative al che fare per arginare gli effetti della guerra. A queste Valérie si premurava di far sempre seguire azioni coerenti, in un approccio di genere che per molti versi anticipa pensiero e prassi del femminismo.

La sua fu una figura di altro profilo morale e politico, testimoniato nell’impegno per l’abolizione della schiavitù e contro la guerra. Organizzò la prima scuola al mondo di infermiere laiche, La Source, che entra in funzione a Losanna pochi mesi dopo la carneficina di Solferino. E’ stata pure definita “teologa suo malgrado” e, per le sue opere di narrativa che le guadagnarono notorietà internazionale, l’Académie Francaise le concesse il suo prestigioso riconoscimento.

Nel luglio 1859, sconvolta dalle descrizioni contenute dalle lettere di Dunant che riceve dalla Lombardia, rivolge uno sguardo di affetto e preoccupazione per Henry ed è insieme lucidissima nel sollecitarlo ad organizzare a Castiglione o a Brescia un comitato al quale possano essere inviati i soccorsi che lei si premurerà di raccogliere in Svizzera.

Merito maggiore di questa figura è di aver rappresentato un modello alternativo di donna, che entra nel pieno della scena politica attraverso la forza dei fatti, del richiamo alle condizioni concrete dell’umanità più sofferente, dell’organizzazione di progetti che cercano di prefigurare grandi e innovative scelte di civiltà. Per lei si tratta di soccorrere le vittime e insieme di agire per eliminare la guerra facendo ricorso alle energie vitali del mondo femminile, come cercò di fare sin dalla guerra di Crimea. Durante la guerra franco-prussiana del 1870 promuove un appello pacifista rivolto alle donne dei Paesi belligeranti e, quando gli 85.000 uomini dell’armata francese sconfitta del generale Bourbaki sconfinano in Svizzera nell’inverno del 1871, è in prima linea nel soccorrere profughi, militari in rotta, feriti. Ad essi apre i padiglioni del suo castello di Valeyres-sous-Rances. Il marito e compagno di tante battaglie, conte Agenor de Gasparin, morirà qualche mese dopo a causa di una malattia infettiva contratta proprio dai soldati.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Viaggiamo da un’ora. Improvvisamente si parano davanti a noi delle case, con le pareti bucate e dai muri sbrecciati non riparati.

– Magenta!

Dunque è qui che si è combattuto l’anno scorso. Lì in un angolo vedo un mucchio di pallottole; le facciate scorticate mostrano dappertutto le loro ferite. Dei bambini ci corrono incontro con le mani colme di proiettili conici, di aquile a due teste, di bottoni d’uniforme! Nient’altro. Nessun altro segno! I gelsi sono giovani, tutto qui. La vigna, sistemata come si è potuto, corre sempre attraverso i campi

La terra ha dato doppio raccolto. Non una tomba, non un tumulo, nulla. E migliaia di vite sono state falciate!

Ah! Quando penso a quelle fronti pallide, a quei corpi mutilati e a quante madri li avevano tanto amati, e quante preghiere di spose, di fidanzate li avevano circondati come a costituire un bastione; ed eccoli ora raccolti a casaccio in questa orribile carneficina, gettati nel vuoto e poi ricoperti di calce viva! Quando penso al loro inaudito coraggio e segreto immolarsi, agli entusiasmi della vittoria, alle dichiarazioni altiloquenti, senza che uno sguardo abbia visto, che una bocca l’abbia raccontato, ciò mi fa indignare, e mi spinge alla rivolta. Sotto torrenti di pioggia, mentre affondo in un pantano, questa pagina di gloria, improvvisamente ritornata, mostra un altro lato della realtà, tutto macchiato di sangue e ripugnante!

Eppure nulla è vano a questo mondo. Proprio chi è stato più dimenticato, sepolto nell’oblio feconda il suo secolo. Non c’è sacrificio che non si ripercuota sulla grande anima dell’uomo. E noi che passiamo in questi luoghi, percepiamo aneliti generosi alzarsi dal campo di battaglia per fortificare il nostro cuore.

In questi luoghi che hanno ormai ripreso la loro configurazione ordinaria, qualcuno, e io dico di proposito qualcuno, piange e ricorda.

Il Generale Espinasse, ucciso dal fuoco austriaco, aveva uno spaniel che lo seguiva ovunque; quando lo spaniel vide il suo padrone disteso a terra, gli si accucciò a fianco. Dopo aver reso degli onori al caduto, si voleva portar via il cane. Il cane si mise ad ululare; allora si cercò di trascinarlo via, ma questo ruppe la catena. Così lo si lasciò fare. Si pensava che il dolore si sarebbe presto consumato. Così non è stato. Più di una volta si è tentato di strappare lo spaniel dal campo di battaglia, ma lui è sempre tornato. Così la brava gente di Magenta ha costruito una cuccia nel luogo in cui il suo padrone è morto. E lui è lì, di giorno e di notte, aspetta.

Tutta la nostra banda di viaggiatori del Jura avrebbe voluto essere il cane.
Valérie de Gasparin, A Florence, 1866.

7 – Le donne di pace nella letteratura ottocentesca italiana ed europea

Un saggio dello psicanalista James Hillmann parla “fascino della guerra”. Siamo convinti che a noi competa il compito di sperimentare, nella scuola, nelle associazioni, in famiglia, modalità efficaci per rendere la pace altrettanto, se non di più, attraente, entusiasmante e capace di creare comunicazione. Del resto tutti i grandi leader del pacifismo delle origini. da Tolstoj, a Dunant, a Betha von Suttner, a Ernesto Teodoro Moneta, sono stati grandi comunicatori. Anche il modello “donna di pace” del resto ha trovato una certa popolarità letteraria nell’800; qui indicheremo alcuni esempi in tal senso.
Al già ricordato il passaggio relativo alla battaglia di Magenta in A Florence, (1866) di Valérie de Gasparin, si può affiancare un altro racconto di viaggio specificatamente relativo alla campagna d’Italia, The Track of War, di Henry T. Spicer, pubblicato in più puntate sulla rivista di Charles Dickens All the year round dal luglio 1859. A questi si può aggiungere il romanzo di Anna Carolina Eugenia contessa di Tergolina, The Wounded Soldier (1871), e di Ida Vegezzi Ruscalla le novelle Presagio e Florica e Daina (1859), novella, quest’ultima, che mette in evidenza il legame storico-culturale esistente tra Italia e Romania. Ida Vegezzi Ruscalla (1840 – ?) sarà particolarmente attiva nella battaglia Risorgimentale prima e, successivamente, nel settore della promozione sociale della donna. Fece parte del comitato femminile costituito da decine di aderenti che si costituì a Torino nel 1859 per soccorrere i feriti garibaldini.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Ida Vegezzi Ruscalla ci descrive l’ospedale di Novara “zeppo di poveri soldati piemontesi che avevano sparso valorosamente il loro sangue per riscattare l’oppressa Italia, e di quelli di varie e nemiche nazioni, costretti a pugnare a pro della tirannia tedesca. Così si trovarono agglomerati in una stessa sala, anzi sovente accosto, feriti che tre dì prima si erano battuti gli uni pel patrio vessillo, gli altri per un vessillo straniero.

Sur un pagliericcio deposto sul pavimento eravi disteso un sergente d’incirca 35 anni; era stato colto da una scheggia di mitraglia nel fianco sinistro; gli avevano fatto l’operazione per estrarlo, ma la ferita aveva leso i visceri principali, cosicché non vi era alcuna speranza di salvarlo.

– Suor Susanna, mi sento morire! – diceva quell’infermo con accento straniero. – Datemi un po’ d’aceto… Oh! Così va meglio. Quante grazie vi debbo per le cure angeliche che mi porgete. (…)
Invano la pia suora gli porgeva tutte le cure possibili; la vita gli veniva meno.
– Suor Susanna, chi vi ricompenserà di tutto il bene che mi fate? Ora posso morire tranquillo, perché mi giuraste di far sapere alla mia famiglia le ultime mie volontà. Iddio mi rese men aspra la morte facendomi trovare una persona tanto pietosa e compassionevole…”

Ida Vegezzi Ruscalla, Florica e Daina, Torino, 1859.

8 – Geografia europea delle donne di pace del XIX secolo

Gli eventi drammatici di Solferino sollevarono in Europa e nel mondo una tale eco da imprimere una rinnovata ragion d’essere alle istanze pacifiste, già comunque emerse a seguito delle guerre napoleoniche. La Lombardia, diede un contributo importante nelle maggiori sedi di dibattito del primo movimento europeista e pacifista, che andò consolidandosi e organizzandosi nella seconda metà dell’Ottocento. A Milano, nel 1892, grazie ad Ernesto Teodoro Moneta, ex-garibaldino, veniva fondata l’Unione Lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale, che divenne presto il più importante organismo pacifista italiano

L’evento di Solferino entrò con forza negli ambienti delle società per la pace con effetti dirompenti. E’ dunque plausibile ritenere che l’esempio dato dalle “donne di pace” del 1859 sia all’origine o comunque abbia contribuito a sensibilizzare gli esponenti del nascente pacifismo lombardo ed italiano sull’importante ruolo delle donne nella costruzione della pace.

Che le donne fossero ormai elemento trainante del movimento pacifista internazionale fu chiaro quando la leadership del movimento venne attribuita proprio a una donna: la baronessa e scrittrice austriaca Bertha von Suttner, autrice del best seller mondiale Die waffen nieder (Giù le armi!), pubblicato nel 1899.

Piace pensare che sia stato lo “spirito di Solferino” ad accomunare nella stessa causa ed impegno pacifista due “ex-nemici”, come l’italiano Moneta e l’austriaca Bertha von Suttner, con lo svizzero Dunant. I due trovarono modo di collaborare e agire di comune accordo, ad esempio in relazione alla questione della “Federazione degli Stati d’Europa” come antidoto alla guerra. Altre questioni poste dal pacifismo riguardavano la prevenzione della guerra attraverso l’arbitrato per risolvere i conflitti tra Stati e il disarmo. Momento particolarmente significativo di questa stretta interazione fu la mobilitazione del pacifismo mondiale organizzata in occasione della prima Conferenza di pace dell’Aja, tenutasi nel 1899 su proposta dello zar di Russia Nicola II. Allora i maggiori esponenti del pacifismo mondiale, tra cui Teodoro Moneta, si diedero convegno con l’intento di influenzare i lavori dei rappresentanti dei Governi. In tale occasione la figura femminile di Bertha von Suttner conquistò la scena politica, in quanto ispiratrice, attrice protagonista e organizzatrice instancabile di questa mobilitazione, che rappresentò il momento più alto di tutta l’esperienza del primo movimento pacifista. Bertha von Suttner ebbe modo di essere in stretto contatto epistolare con Dunant, che nel 1901, fu insignito del Premio Nobel per la Pace, assegnato allora per la prima volta (mentre Bertha von Suttner ne fu insignita nel 1905). Fu allora evidente come, quasi mezzo secolo dopo la grande battaglia, lo spirito delle donne risorgimentali di pace di Solferino, attraverso il suo maggior interprete, parlasse ancora al mondo.

Piccola galleria delle donne che si impegnarono nel soccorso ai soldati feriti e ai rifugiati delle guerre europee del XIX secolo:
– Klara Leovey (1821-1897), soccorre i rivoltosi della rivoluzione ungherese del 1848 a Debrecen;
– Florence Nightingale (1820-1910) e Dasha Sevastopol soccorrono i soldati inglesi e russi durante la guerra di Crimea;
– Maria Rosetti (1820-1893) soccorre i feriti della guerra d’Indipendenza della Romania;
– Adeline Paulina Irby (1833-1911) soccorre i profughi cristiani della insurrezione della Bosnia Erzegovina;
– Rayna Popgeorgieva Futekova (1856-1917) e l’inglese Emily Anne Stragdford (1826-1887) soccorrono gli insorti in Bulgaria;
– Angela Georgina Bourdett-Coutts (1814-1906) e le Suore della Carità francesi operano in Turchia nel soccorso di soldati e popolazioni turche della guerra balcanica;
– Katarina Milovuk (1844-1909) in Serbia;
– Bertha von Suttner (1843-1914) in Austria.

9 – Dalle donne di Pace del XIX secolo alla costituzione repubblicana

A conclusione del Secondo Conflitto Mondiale, la democrazia torna nel nostro Paese e con essa la libertà di associazione. Così l’associazione fondata dal Premio Nobel per la Pace 1907 Ernesto Teodoro Moneta, la Società per la pace e la giustizia internazionale, soppressa dal fascismo, può riprendere la sua attività. Questa, per mezzo del suo presidente di allora, Doro Rosetti, una delle realtà più attive nel lavoro di lobbying che nel secondo dopoguerra convinse i costituenti ad introdurre nella Costituzione l’articolo 11. Articolo che considera valore fondamentale del nostro ordinamento per quanto riguarda le relazioni internazionali il concetto di rifiuto della guerra e la scelta della soluzione pacifica dei conflitti tra gli Stati attraverso istituzioni sovranazionali. Ciò emerge chiaramente dai lavori preparatori della Costituzione, come risulta in particolare dall’intervento del deputato milanese Paolo Treves, membro della Costituente, che qui riportiamo.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Il 17 marzo 1947, nella seduta pomeridiana, l’Assemblea Costituente prosegue la discussione generale delle «Disposizioni generali» del progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Così interviene l’ on. Paolo Treves, socialista milanese.

“Ma noi, onorevoli colleghi, vorremmo qualche cosa di più in questo articolo 4; vorremmo un’affermazione più decisa. Noi auspicheremmo che l’Italia desse l’esempio con questo articolo di quel futuro diritto internazionale, e ancor più direi, costume democratico internazionale, che desideriamo possa un giorno reggere un mondo migliore e più giusto. Vorremmo vedere nell’articolo 4 incorporato il principio che la Repubblica non ricorrerà alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Se l’articolo 4 ha un senso, effettivamente esso deve superare questa astratta formulazione che condanna le guerre di conquista, specialmente in questa situazione politica e generale, specialmente dopo quello che è successo in questi ultimi anni, la tragedia di cui siamo ancora tutti pervasi e di cui ancora tutti soffriamo le conseguenze. Io credo che dobbiamo affermare un principio più positivo, un principio valevole per oggi e per domani. È un principio, signori, che a noi di questo settore è molto caro, perché, veramente, risponde a tutta una tradizione del nostro partito. È un principio che da questi scanni i nostri padri e maggiori hanno sostenuto e difeso sin da prima dell’altra guerra mondiale. È un principio a cui noi teniamo a rimanere fedeli. Non è, come ci si potrebbe obiettare, un principio utopistico. Non si sorrida di questa nostra fiducia nella collaborazione, nell’arbitrato internazionale, In quest’articolo noi vorremmo che fosse dalla Repubblica codificato che la guerra non deve essere strumento di risoluzione dei conflitti internazionali, inserire questo principio di veramente illuminata democrazia nella nostra Carta fondamentale: principio, del resto, che mi sembra si compenetri perfettamente nella seconda parte dell’articolo 4, quella limitazione di sovranità necessaria, a condizione di reciprocità e di eguaglianza, ad un’organizzazione internazionale che assicuri la pace e la giustizia fra i popoli”.

10 – La memoria storica da rievocare: farsi eco pellegrini di pace

Sinora negli spazi pubblici commemorativi risorgimentali, lo spirito delle “donne lombarde di pace” del 1859 non ha trovato opportunità di esprimersi in modo adeguato alla sua importanza. Storia e memoria pubblica per molto tempo sono restate in gran parte monopolizzate da una ideologia unicamente celebrativa della dimensione nazionale se non nazionalista e molto istituzionale. Cioè non si è stati capaci di dare memoria e attualizzare il significato dell’immediato mobilitarsi di un popolo, a sua volta colpito dalla guerra, nel soccorso dei più sofferenti e in una visione di affratellamento. Perché l’aspetto umanitario fosse evidenziato (ma in modo sufficiente?), si dové attendere le celebrazioni del centenario della battaglia, nel 1959, con la costruzione del Memoriale della Croce Rossa sulla collina dei Cipressi a Solferino e del relativo Museo a Castiglione delle Stiviere. Ma ancora oggi visitando gli spazi commemorativi risorgimentali, non si coglie praticamente nulla della memoria delle donne lombarde di pace e del contributo da loro dato alla pace e all’unità europea. Aspetto certo non di poco conto, visto che quei popoli che si massacrarono sui campi di battaglia di Lombardia sono ormai finalmente pacificati e titolari di comune cittadinanza europea. Ma per entrare in sintonia con lo spirito di pace dei luoghi, che molti viaggiatori ottocenteschi percepivano in questi luoghi, come testimoniano i loro diari di viaggio, bisogna farsi come loro pellegrini di pace ed assumere sentimenti ecologici di rispetto dei luoghi dove tante vite furono drammaticamente spezzate e dove altre vite si sacrificarono nel portare soccorso e porre rimedio al male inferto. Storie che è possibile conoscere e comprendere in profondità forse solo andando in luoghi che, se si è capaci di cogliere i significati di cui la storia li ha caricati, ancora oggi parlano alla nostra anima. E noi che passiamo in questi luoghi, percepiamo E’ la disponibilità ad essere pellegrini che potrà renderci capaci di cogliere ancora oggi l’energia, gli “aneliti generosi” che Valérie de Gasparin percepiva alzarsi dal campo di battaglia di Magenta e che, ieri come oggi, sono a “fortificare il nostro cuore” sulla strada della pace.
Nella visita ai luoghi, è impressionante come il vissuto emotivo percepibile oggi da un viaggiatore attento non sia diverso da quello che un attento “pellegrino” francese di allora poteva cogliere. Riprendiamo allora, sottoscrivendole praticamente in toto, le riflessioni del “viaggiatore” Eugène Poiré, che questi pubblicò nel suo libro dedicato a Magenta e Solferino stampato nel 1907 dal titolo Magenta et Solferino. Autrefois – aujourd’hui. Passando dalla visita della Rocca di Solferino alla visita dell’Ossario il vissuto emotivo ha una metamorfosi: la superficiale euforia eroica della retorica militarista cede all’orrore e alla pietà che nasce dalla visione dei poveri resti dei caduti esposti nella Chiesa di S.Pietro che riportano alla dimensione reale, fatta di morte e sofferenza, della battaglia. “Qui l’anima del viaggiatore francese, dopo essersi gonfiata d’orgoglio in ragione dei ricordi colti sul campo di battaglia, prova una stretta dolorosa per il senso di pietà che lo prende” riflette Poiré. Ma il passaggio che si apre verso un approccio più meditativo e profondo relativamente a quello che fu la battaglia come dolorosa esperienza umana, non trova sviluppo. “La curiosità è l’unico sentimento che viene pienamente soddisfatto” da questa spettacolarizzazione, commenta Poiré. Ma poniamoci soprattutto quella che è la domanda di fondo, valida per il passato ma anche per l’oggi, in quanto legata al futuro da dare a questi luoghi della memoria. Non c’erano alternative più rispettose della dignità dei caduti? Si domanda sempre Poiré. “I caduti avevano certamente ben meritato che li si lasciasse riposare in pace e che coloro che persistono nel ritenere di dover onorare la loro memoria avrebbero dovuto preferire a questa lugubre messa in scena, a questo deposito di reperti anatomici, a questo ossario troppo simmetrico e troppo rettilineo una croce al bordo di un sentiero, una semplice croce ai piedi della quale, il viaggiatore, passando, si sarebbe potuto soffermare in un pio ricordo”.

11 – Andare per conoscere: la rete lombarda degli itinerari / sentieri delle donne di pace del Risorgimento

MAPPA ITINERARIO 1
Prov. Varese e Verbania.
Durata 4 ore circa (comprensive di andata e ritorno in battello di linea).

L’itinerario riguarda i luoghi del centro della città di Luino (VA) legati alla battaglia tra garibaldini e austriaci del 15 agosto 1848, dove Laura Solera sbarcò guidando una spedizione di barcaioli al salvataggio dei feriti. Via lago si raggiunge la villa della famiglia Solera a Cannero (VB), sulla sponda piemontese, dove furono curati i feriti italiani e austriaci

MAPPA ITINERARIO 2
Provincia di Pavia. KM 42 circa.

L’itinerario inizia visitando i luoghi dove il generale austriaco Urban sparse il terrore, fucilando nove membri della famiglia Cignoli a Torricella. Poi raggiunge l’area del campo di battaglia; qui parroci, suore, abitanti furono attivi nel soccorso dei feriti nel centro del paese di Montebello e nella frazione di Genestrello. Si chiude a Voghera; qui suor Gaudenzia Tonè organizzò l’evacuazione dei feriti via ferrovia e gestì l’ ospedale militare.

MAPPA ITINERARIO 3
Provincia di Milano.
KM 15 circa

L’itinerario si sviluppa nei luoghi dell’avanzata dell’armata francese lungo il fiume Ticino in direzione di Milano. Quella di Magenta fu una grande e sanguinosa battaglia dove le ridotte strutture caritative e sanitarie al seguito degli eserciti si adoperarono per il soccorso di tutti i feriti. Per questo Madre Maria Theresa, delle Suore della Carità al seguito dell’esercito francese, fu decorata da Napoleone III. Giovanni Fattori raffigurò la loro azione nel quadro “Il campo piemontese dopo la battaglia di Magenta”.

MAPPA ITINERARIO 4
Milano città.
KM 6 circa.

A Milano le donne dei salotti liberali furono attivissime e si organizzarono attraverso un comitato milanese per il soccorso dei feriti, presieduto da Giustina Verri-Borromeo. Il percorso urbano parte dal luogo di arrivo dei feriti in città, ovvero dalla antica stazione ferroviaria dei Bastioni di Porta Nuova, per poi toccare luoghi dove funzionarono gli ospedali militari milanesi: l’Ospedale dei Fatebenefratelli, l’Ospedale creato nel Seminario di Porta Venezia, l’Ospedale Maggiore di via Festa del Perdono, l’Ospedale di piazza S.Ambrogio e infine l’Ospedale S.Luca in zona C.so Italia.

MAPPA ITINERARIO 5
Province di Brescia e di Mantova.
KM 44 circa.

Partiti da Desenzano, si raggiunge S. Martino e si prosegue sino a Cavriana, dove, nel giardino di Villa Mirra si trova oggi il Roseto della Pace dedicato a Felice Cavagnari, ragazzo vittima della battaglia. Molte furono le donne, per lo più sconosciute, che furono attive nel soccorso e anche persero la vita. Carlo Ademollo in alcuni quadri onora la figura di Anna Sposetti di Desenzano. Si arriva a Solferino e quindi a Castiglione delle Stiviere, dove lo svizzero Henry Dunant operò assieme a donne del luogo. Infine si ritorna a Desenzano, dove l’inglese Lady Crawley da turista si trasformò in “angelo delle corsie” e il medico italo-statunitense Felix Formento dirigeva l’ospedale locale.

MAPPA ITINERARIO 6
Province di Monza Brianza e Lecco.
KM 25 circa.

L’itinerario parte dai luoghi del centro legati alle protagoniste del soccorso dei feriti: Laura Solera Mantegazza, Madre Serafina, le ragazze dell’istituto Bianconi. Dal Roseto della Pace del quartiere S.Biagio (la cui chiesa fu ospedale militare) si dirige verso il Parco di Monza e la valle del Lambro, sino a Rancate di Triuggio. Qui si trova la villa di campagna e la tomba della nobildonna Orsola Robecchi Susani, responsabile nel 1859 del volontariato presso l’ospedale militare milanese di S.Maria di Loreto. Si prosegue nella valle del Rio Pegorino arrivando a Missaglia (LC) si trova la villa di campagna e la tomba del premio Nobel per la Pace, milanese ma brianzolo d’adozione, Ernesto Teodoro Moneta.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
“Protettrici assidue, intelligenti, operose [dell’Ospedale militare milanese di S.Maria di Loreto] furono le signore Orsola Bianconi, Penelope Nulli. Dai primi all’ultimo giorno di esercizio del mio ospitale vi consacrarono non interrotta attività, cure amorevoli e assai proficue. Per esse in brevissimo tempo ebbi allestito e ben ordinato un invidiabile magazzino di lingerie e di apparecchi chirurgici, per esse l’ordine domestico venne in gran parte stabilito e consolidato, per esse gli infelici ricoverati ricevettero conforto ai loro dolori, consolanti parole e numerosi soccorsi” (Lamberto Paravicini, L’Ospitale militare a Santa Maria di Loreto, 1860).

12 – Visualizzare la memoria nel paesaggio: la rete dei Roseti e Giardini delle donne di pace del Risorgimento (I)

In questi anni, a partire dal periodo della guerra in ex-Jugoslavia negli anni ‘90, associazioni, scuole, gruppi di giovani sono stati coinvolti nella ricerca, coordinata e promossa ora dall’Istituto Green Man di Monza, rivolta a cercare di visualizzare la memoria di pace nel paesaggio, aiutando in questo modo ad andare nei luoghi della nostra storia con lo spirito che si può definire dell’ecopax pilgrim. Attraverso laboratori di ricerca e creativi si è cercato di identificare quella che può essere natura e forma di un possibile spazio di commemorazione che valorizzi il linguaggio emotivo del simbolo e della natura legati al tema della guerra e della pace. La scelta è caduta sulla rosa perché questa, nella religiosità popolare, è segno di pietà cristiana mentre, nella dimensione del mito, si vuole che le rose siano nate dal sangue del giovane Adone, vittima di Ares, feroce dio della guerra. Appunto come rose nate dal sangue sparso da tanti giovani eroi, oramai indissolubilmente mischiato, dovettero sembrare le donne che all’alba comparvero sul campo di battaglia; la loro presenza fisica fu segnale di umanità vera finalmente tornata in un paesaggio totalmente devastato da disumana violenza. I loro gesti gratuiti di recare acqua, il bene più semplice ma il più prezioso per il ferito in preda all’arsura, di strapparsi le vesti per fare bende per i corpi devastati dalle ferite, rappresentarono per molti la sola cura ricevuta e dunque unica speranza di salvezza. Per questo nei roseti realizzati in questi anni in memoria delle donne di pace del Risorgimento si è utilizzata la Rosa gallica officinalis, pianta antica e semplice, coltivata nei giardini dei monasteri sin dal Medio Evo perché capace di unire facoltà curative e grazia. Essa evoca infatti un significato simbolico dove l’utilitarismo delle necessità concrete della gente comune armonizza insieme alla bellezza che risplende negli slanci della nobiltà d’animo di colui che è capace di incarnare la speranza di salvezza.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

La memoria dei luoghi delle guerre può essere condivisa e contribuire alla riconciliazione e alla pace, ci indica lo scrittore austriaco Hugo von Hofmannsthal in questa sua riflessione e insieme polemica antinazionalista rivolta a D’Annunzio.

Senza dolore e con nessun altro sentimento se non di venerazione, noi, D’Annunzio, nei vostri villaggi sparsi tra la il Cadore e la Brianza sostiamo dinanzi alle lapidi marmoree di brava gente caduta combattendo contro altra brava gente per la libertà e l’unità d’Italia. In quei paraggi non ci muoviamo come stranieri, non certo come stranieri colmi d’odio sostiamo sui colli di Vicenza bagnati di sangue, o sui campi di Peschiera dove giacciono tanti morti; poiché in questo millennio è scorso incrociandosi molto sangue, molto sui campi di battaglia e molto nei matrimoni e forse scorre più sangue di Dante, sangue lombardo del grande dante, nelle vene di qualcuno di noi che nelle vostre.
(Hugo von Hofmannsthal, 1912), .

13 – Visualizzare la memoria di pace nel paesaggio: la rete dei Roseti e Giardini delle donne di pace del Risorgimento (II)

Il progetto Giardino della Pace rappresenta lo sviluppo del tema del roseto e va a toccare aree più ampie di una singola aiuola, come il roseto può essere. Il progetto che ora si propone si rivolge alle Amministrazioni locali stimolandole a realizzare un intervento organico, su un’area di una certa consistenza, finalizzato alla riqualificazione del paesaggio urbano come paesaggio di pace, ovvero come insieme di luoghi progettati in modo tale da offrire ad abitanti e turisti l’esperienza di una viaggio di riscoperta della memoria storica dell’azione umanitaria e di pace che il territorio racchiude e di sosta riflessiva e meditativa E’ nostra opinione che chi governa il territorio debba impegnarsi per valorizzare tali aspetti, promuovendo organici interventi di potenziamento e rivitalizzazione delle aree verdi nonché della tradizionale capacità di cura dei giardini, senza limitarsi a strategie di sola immagine.

Obiettivo del progetto è quello di fare rivivere identità di pace delle città insieme all’arte originaria dei giardini e orti familiari locali. Azione che intende contribuire a recuperare il gusto e la cultura orticola come elemento costitutivo dell’antropologia dell’uomo di pace del Terzo Millennio. Da tale visione deve derivare una capacità della politica di costruire concretamente la pace anche come elemento di paesaggio e parte dell’habitat del vivere urbano quotidiano. In tal modo il territorio potrebbe essere apprezzato come città giardino e le comunità a riconoscersi per l’etica, la competenza professionale, l’accoglienza.

La definizione di giardino della pace non è rigidamente codificata e si caratterizza per essere aperta all’interpretazione e alla sperimentazione. I giardini o parchi della pace si sono diffusi soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. Questi sono definibili non per uno stile uniforme ma per l’intuizione creativa alla base dell’idea progettuale, per lo sforzo di creare e mantenere negli spazi urbani situazioni di pace al quotidiano, di memoria attiva di riconciliazione. Nascono dal disegno paesaggistico negli spazi della città di immagini di pace percepibili come tali dai residenti come dai visitatori occasionali. Immagini riconducibili alla dimensione della non-violenza e dell’armonia, sia a livello personale come a livello collettivo, ossia storico, culturale e anche religioso. Attraverso il disegno paesaggistico del giardino viene esplicitata la potenzialità della “percezione simbolica” di congiungere gli opposti, che è sostanziale ad una appropriata strategia, pedagogica e comunicativa, in tema di pace. Il giardino rappresenta dunque uno stimolo emotivo e di comunicazione non verbale (iconica, cinesica, prossemica e sensoriale) sul tema della pace, nella sua triarticolazione di pace interiore, pace con l’ambiente e pace tra i popoli. Il Giardino della pace è dunque una situazione particolarmente carica di affettività positiva, caratterizzata da una specifica articolazione funzionale dello spazio in quanto:

– luogo per l’interiorità, di quieto godimento spazio / temporale attraverso la vista e i vari sensi, ascolto di suoni e musica, contesto per tutte quelle attività che aiutano a farci trovare serenità e a coltivare da parte di ognuno la propria interiorità;
– spazio dove il linguaggio del simbolo comunica la pace, che trova nella natura sorgente e ispirazione alla biofilia, al rispetto per il valore della vita, nella visione della sostenibilità e della conservazione della biodiversità;
– spazio di commemorazione di come la comunità locale è stata toccata nella storia dai diversi conflitti che hanno segnato le relazioni tra i popoli e soprattutto luogo di rigenerazione di quella forza vitale espressa dai testimoni di pace ai quali il memoriale è dedicato. Personaggi che hanno saputo reagire nei conflitti in chiave altruistica, di dialogo e di non violenza.

L’articolazione degli spazi in un Giardino della pace si caratterizza per:
1. la fruizione individuale per la meditazione, la contemplazione, la creazione (compreso il giardinaggio), la ritualità personale;
2. la socializzazione / incontro a livello di piccolo e di grande gruppo per il gioco, lo spettacolo, la creazione, la ritualità collettiva;
3. la comunicazione visiva di informazioni sulla memoria storica del luogo (es.pannelli, istallazioni) e sugli eventi della vita sociale della comunità che hanno ispirato l’intuizione originaria alla base del progetto.

L’utenza del giardino sarà diversificata, anche per età. Le situazioni che saranno agite nel giardino potranno essere eventi pubblici organizzati (in particolare iniziative pacifiste), visite didattiche delle scuole, fruizioni spontanee dei passanti e visitatori occasionali, ecc.

14 – Il progetto europeo Ecopaxlandscaping

Nulla a tutt’oggi è stato pensato per raccontare in modo organico la pace e ricordare le vittime civili e l’eroica azione delle donne lombarde e mantovane durante la Seconda guerra d’indipendenza nazionale. Nostra opinione è che si dovrebbe prevedere, a partire dall’area dell’Alto Mantovano interessata dalla “grande battaglia”, la raccolta delle testimonianze dei più significativi gesti di solidarietà verificatisi localmente, costituendo specifici spazi e allestimenti museali, nonché itinerari escursionistici in tema di pace. In ragione di ciò, la proposta qui avanzata é che i luoghi e i paesaggi legati alle “donne lombarde di pace” del Risorgimento del 1859 siano dichiarati Parco della Pace, di interesse insieme locale, regionale ed europeo. In una Europa finalmente unita è opportuno e importante pensare ad un parco europeo dedicato alla storia della pace e dell’Unità Europea nel XIX secolo. E’ necessario che si integrino tra loro siti ed itinerari relativi ai diversi luoghi di Lombardia e d’Europa dove si svolsero i principali episodi di questa storia, tra Lombardia, Svizzera ed Europa centrale. E che a questi si connettano i territori delle altre nazioni dell’Europa, centrale e sud orientale, dove, come abbiamo indicato, operarono donne di pace nelle guerre tanto hanno insanguinato questi territori sino ai nostri giorni.

Trattasi di “paesaggi europei della pace”, ovvero di siti, che, in ragione della loro storia e per la peculiarità del messaggio che ancora oggi trasmettono, hanno la caratteristica di sorgenti, ancora attive e vitali, degli ideali di pace e solidarietà alla base del progetto europeo. Luoghi il cui paesaggio si presta, come è stato osservato dal geografo Eugenio Turri, ad essere “scenario d’un vissuto, di una sofferenza personali, di una pietas profonda”.

Ricordiamo che il primo e il più significativo “parco della pace” è stato creato in Giappone ad Hiroshima, in prossimità del punto preciso dove, il 6 agosto 1945, esplose la bomba nucleare e si estende su una superficie di 12 ettari. Parchi, musei e luoghi della memoria sono ormai molto diffusi in Europa e nel mondo, ed alcuni di essi, come il Rwandan genocide memorial site Murambi a Gikongoro in Ruanda e il Memorial Center Potočari a Srebrenica in Bosnia, commemorano genocidi purtroppo avvenuti molto di recente, rispettivamente nel 1994 e nel 1995

I LUOGHI EUROPEI DELLE DONNE DI PACE DEL XIX SECOLO

– Ucraina: campi di battaglia della guerra di Crimea (1853–1856);
– Nord Italia: campi di battaglia in Lombardia della guerra del 1859;
– Svizzera: luoghi della ritirata e del soccorso di soldati e civili francesi durante la guerra franco-prussiana (1870-1871);
– Bosnia Erzegovina: ribellione dei contadini (1875-1879);
– Bulgaria: ribellione dei contadini (1876 );
– Romania: campi di battaglia della Guerra di indipendenza della Romania’ (1877-1878);
– Serbia: campi di battaglia della guerra Serbo-Turca (1876-1877);
– Turkey: feriti e rifugiati della guerra russo-turca (1877-1878);
– Austria: ospedali del 1859 e castello di famiglia del Premio Nobel per la Pace 1905 Bertha von Suttner.

15 – CONCLUSIONI – DONNE DI PACE DEL RISORGIMENTO: DALLA STORIA UN MESSAGGIO DI ATTUALITA’ RIVOLTO AL FUTURO

Ritorniamo al tema “donna di pace”. Sino agli eventi di Solferino è possibile sostenere che, a livello di antropologia, la cultura europea abbia oscillato tra due riferimenti dire archetipi di modello femminile: la Pulzella d’Orleans, colei che imbraccia le armi e si batte sul campo per la difesa e liberazione del suo popolo, e, al polo opposto, la Mater Dolorosa, che attende tremebonda, sofferente e orante, l’esito delle eroiche gesta della gioventù inviata in battaglia. Talora, sia pur comunque raramente, i due atteggiamenti possono in una certa misura coesistere, come sembrerebbe avvenire, ad esempio, nell’atteggiamento che George Sand esprime nei confronti della guerre d’Italie nel suo sonetto “Solferino”.

Le donne lombarde del 1859, assieme a figure di donne europee come Valérie de Gasparin, agendo nel concreto del movimento di cura e solidarietà ai soldati feriti (delle guerra d’Italia e d’Europa, nel conflitto franco-prussiano e balcanico) contribuiscono a configurare e delineare quello che è plausibile definire come il modello antropologico della “donna di pace”, anticipatrice del modello pacifista e femminista. Le donne del Risorgimento italiano sono a ciò riconducibili.
Certo ancora oggi debole è la loro conoscenza storica e in particolare del movimento, in gran parte femminile, di soccorso e cura ai feriti della guerra del 1859. Non era compito di questa mostra supplire al deficit di ricerca, anche se un qualche contributo in tal senso viene comunque dato da questa mostra.

Crediamo che il movimento delle donne di pace del Risorgimento, che dopo l’ “anteprima” del 1848 legata a personaggi come Cristina di Belgioso e Laura Solera, si manifestò con pienezza e in modo del tutto spontaneo e autoorganizzato su grande scala durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, possa essere definito come anticipazione del movimento nonviolento. Ciò almeno per due ragioni: perché fu capace di sviluppare nell’immediato una prassi di cura e riconciliazione tra le parti in conflitto ma anche in quanto detta esperienza rappresentò una crepa nel sistema ideologico-politico della guerra. Crepa dalla quale scaturì pure, come si è visto in questa mostra, un’azione politica lungimirante ed efficace in ambito umanitario di enorme portata per la storia dell’uomo ed anche il primo movimento pacifista organizzato su scala europea e mondiale .

Approfondiamo questo primo aspetto, la funzione di cura, l’azione delle donne non solo affrontò un bisogno urgente nei suoi aspetti medico-sanitari, ma assolse ad una funzione etico-antropologica di superamento dell’odio, in chiave di perdono e quindi di riconciliazione. Questo in quanto la figura della donna che risana le ferite che la guerra ha lasciato nel corpo e nell’anima dei combattenti assume un ruolo quasi di “figura terza” rispetto alle parti in conflitto, facendo sperimentare al sofferente una situazione esistenziale concreta di passaggio dalla violenza alla tenerezza e quindi crea pure disponibilità al dialogo tra ex avversari che si riavvicinano in ragione dell’esperienza comune del dolore. Così ancora oggi la stessa invocazione risuona nella coraggiosa testimonianza di Carolina Porcaro, cittadina sovicese, madre dolorosa, ferita al cuore nell’agosto 2011 per la perdita del figlio Lorenzo. Madre che, davanti alla cieca violenza omicida e alla tentazione della vendetta, ha avuto la forza d’animo di invitare al perdono, come appunto seppero fare le donne lombarde di pace del Risorgimento.

Tutto queste storie incredibili, di ieri e di oggi, sono avvenute per puro caso in Lombardia? Crediamo di no. E tale risposta ci viene proprio da un nostro ex nemico del 1859. E’ lo scrittore austriaco Hugo di Hofmannsthal a ricordarci, nel 1927, in occasione del centenario della pubblicazione de “I Promessi Sposi”, che è la storia ad aver consegnato a chi vive in Lombardia il dono sacro del pane del perdono, “e come legato ai loro figli, alla prossima generazione, a tutti i futuri milanesi questa sola frase: Dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto! tutto!” Come le donne lombarde di pace del Risorgimento furono concretamente capaci di fare.

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE

Teodoro Moneta, futuro Premio Nobel per la Pace 1907, così si esprimeva, rivolgendo un appello alla mobilitazione pacifista delle donne. “Anche a voi, donne, spetta una parte importante e, forse, principale per sottrarre la patria e l’Europa dalla feroce pazzia della spada. Oggi ogni guerra che si combatte in Europa è una guerra fratricida. Mettetevi alla testa, ditelo ai vostri che questa è un’impresa non politica, né cristiana, ma umanitaria, io vi invito però a dare agli amici soprattutto notizie di pace che colla parola e colla costanza degli atti faranno avanzare di nuovi passi la nostra causa della pace e della libertà”.

Cronologia

1848

 

Rivolte in Europa

Cristrina di Belgioioso a Roma e Laura Solera in Lombardia soccorrono i feriti di tutti gli eserciti.

In Ungheria Klara Leovey soccorre i rivoltosi a Debrecen.

 

1853 / 1856

Guerra di Crimea

 

Florence Nightingale cura i soldati feriti inglesi e Dasha Sevastopol soccorre     i russi, le Suore della Carità i francesi.

 

 

 

 

 

 

1859

Guerra d’Italia

Le donne di Lombardia soccorrono i feriti degli eserciti franco- piemontese e austriaco.

Valérie de Gasparin apre a Losanna la prima scuola di infermiere laiche.

 

1862

 

 

Pubblicazione e successo mondiale del libro di Henry Dunant Un souvenir de Solferino

 

1864

 

Nascono i Comitati permanenti di soccorso di Milano e Firenze. L’Italia firma la Convenzione di Ginevra.

 

Convenzione internazionale di Ginevra sui militari feriti in guerra

1866

III Guerra indipendenza

Battesimo del fuoco della Croce Rossa Italiana.

 

 

1871

Guerra franco – prussiana

Invio di ambulanze, generi di soccorso, accoglienza convalescenti sul lago Maggiore.

La popolazione svizzera soccorre profughi e soldati dell’armata francese in fuga

 

1875 / 1879

Guerre balcaniche

 

L’inglese Adeline Paulina Irby soccorre i profughi cristiani della insurrezione della Bosnia Erzegovina.

Azione umanitaria di Rayna Popgeorgieva Futekova e dell’inglese Emily Stragdford in Bulgaria.

 

 

 

 

In Serbia Katarina Milovuk soccorre i feriti della guerra Serbo-Turca.

 

 

 

Invio di alcune ambulanze CRI nei Balcani.

Maria Rosetti in Romania soccorre i feriti della guerra d’Indipendenza.

 

 

 

 

L’inglese Angela Georgina Bourdett-Coutts e le Suore della Carità francesi operano in Turchia nel soccorso di soldati e popolazioni turche.

 

1885

/1896

Guerra italo Eritrea

Petizione pacifista contro la guerra.

 

 

1899

 

 

Pubblicazione e grande successo del romanzo Die waffen nieder (Giù le armi!) di Bertha von Suttner

 

 

 

 

 

Prima conferenza internazionale dell’Aja per la pace.

Convenzione dell’Aja che istituisce la Corte di arbitrato tra Stati.

1901

 

 

Lo svizzero Henry Dunant è il primo vincitore del premio per la pace voluto da Nobel

 

1905

 

 

L’austriaca Bertha von Suttner è la prima donna insignita del Premio Nobel per la pace.

 

1907

 

Ernesto Teodoro Moneta vince il Nobel per la Pace.

 

 

1919

 

 

 

Costituzione della Società delle Nazioni.

1932

 

 

La petizione delle donne per il disarmo raccoglie nel mondo più di 9 milioni di firme.

 

1945

 

 

 

Costituzione delle Nazioni Unite.

1947

 

 

La lotta nonviolenta di Mohandas Karamchand Gandhi porta l’India all’indipendenza.

 

1948

 

Approvazione Costituzione italiana (art.11 sulla pace) e voto alle donne.

 

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

1957

 

 

 

Trattato di Roma: nasce la Comunità Europea.

1961

 

Capitini e la Marcia per la pace Perugia – Assisi.

 

 

1982

 

 

Campo di pace di 30.000 donne nei pressi della base militare di Greenham Common (GB).

 

2000

 

 

 

Risoluzione ONU 1325 “Donne, pace, sicurezza” del 31 ottobre 2000.